Giorgio Pantano a F1WEB.it: still hungry, la Formula 1, gli italiani e l’America

In GP2 si è battuto con Bruno Senna, Pastor Maldonado, Romain Grosjean, Vitaly Petrov e Kamui Kobayashi. E ha avuto la meglio. Poi però loro sono andati stabilmente in Formula 1 e lui no. Giorgio Pantano oggi punta all’America e si racconta a F1WEB.it.

“Sto lavorando per ottenere un sedile in Indycar. Non è facile, ma proprio per raggiungere questo obiettivo mi sono trasferito negli Stati Uniti. Così posso rimanere a stretto contatto con il mondo agonistico statunitense e soggiornando ad ogni evento dell’Indycar sviluppo il mio parco di conoscenze”.

Qualcosa si sta già muovendo: “Sono scaturiti alcuni incontri che potrebbero portarmi fra qualche tempo a gareggiare con continuità”.

Anche Luca Filippi – che pure cercava una strada dopo la GP2 – si è spostato oltreoceano. “Sono contento che Luca abbia scelto questa strada. Sono sicuro che il suo talento emergerà in questo tipo di corse, dove il pilota fa ancora la differenza”.

Ma gli italiani scappano tutti verso l’America? “I piloti italiani non scappano in America. Ma come spesso succede, l’America è l’unica risposta a chi ha del talento vero e vuole farlo emergere in maniera seria a professionale”.

Qua si apre un capitolo doloroso. La Formula 1 nel 2012 non ha nemmeno un italiano. Petrov che ha soffiato il posto a Trulli dice che agli italiani manca la passione. “La passione nel nostro popolo è tanto vera quanto è vero che il sole ci scalda. Penso che sia nel nostro dna. È una cosa che tutto il mondo ci riconosce e che mi rende molto orgoglioso di essere italiano”.

E allora cos’è che manca? “Noi piloti italiani non abbiamo sufficienti appoggi economici per poterci costruire una carriera che vada dritta in Formula 1, passando naturalmente attraverso il karting, la Formula 3 e la GP2. Io, come altri grandi talenti italiani, le ho vinte tutte, ma purtroppo non è servito a farmi entrare seriamente nella massima formula”.

Ha provato la McLaren, è stato collaudatore alla Williams e titolare alla Jordan. Poi nel 2009 dopo il successo in GP2 si è spostato in Superleague quando ha capito che aspettare il circo di Ecclestone non serviva: “Nella vita tutto può accadere, certe volte anche l’impensabile, ma credo che per me il capitolo della Formula 1 sia chiuso”.

Già, perché adesso in testa ha solo l’America: “Ho deciso di venire negli States per dare un senso preciso alla mia carriera. Io modestamente mi ritengo una persona seria e molto professionale e desidero raggiungere questo traguardo che è quello di essere un pilota Indycar. L’ambiente mi piace, le persone sono serie e tecnicamente molto preparate. E qui un ‘piedone’ fa sempre la differenza. Le corse sono più genuine, pane al pane e vino al vino. Però sempre con molto rispetto per l’avversario, sia dentro che fuori la pista. Questo è il mio modo di concepire la professione di pilota”.

Lui ha un motto: I’m still hungry. “Sì, still hungry. Forever”.

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