La teoria della relatività dei record: Vettel nel 2013 vale quanto Ascari?

martedì 26 novembre 2013 · Amarcord

I numeri, quelli freddi e infallibili, all’epilogo del 2013 dicono che in termini di vittorie di fila, Vettel vale quanto Ascari. Oppure vale anche di più, a seconda dei punti di vista. Perché la matematica non è un’opinione, ma a quanto pare la statistica sì. Il che già la dice lunga su quanto sta messo male il web nei periodi di vacche magre quando il campionato si chiude troppo presto.

Allora: Seb dal Belgio fino al Brasile non ne ha fallita una. Sono nove vittorie una di seguito all’altra, una striscia che fa impressione almeno quanto quella che aveva piazzato Ascari agli albori della categoria. A differenza di quella di Vettel che si concentra in un’annata singola, la successione vincente di Ascari si allunga a cavallo di due stagioni: dal Gran Premio del Belgio – toh, le coincidenze – del 1952 a quello del 1953.

Pure qui nove corse e nove vittorie. Sempre che nel conto si mettano solo le partecipazioni effettive, perché a rigore, di mezzo tra la settima e l’ottava affermazione, ci sarebbe la 500 Miglia d’Indianapolis che all’epoca per l’Europa conta zero. Ascari infatti non ci va nemmeno. Ferrari l’anno prima l’aveva iscritto: gli sponsor l’avevano bellamente ignorato.

Sulla soggettività della lettura dei record, Alberto Sabbatini sul sito di Autosprint già dopo Austin scriveva:

Indy 500 si correva con monoposto che seguivano un regolamento tecnico diverso. Faceva parte del mondiale soltanto per un fatto di prestigio, ma a Indianapolis gareggiavano quasi sempre soltanto piloti americani. (…) Per cui molti esperti di statistica non considerano la Indy 500 di quell’anno nel calcolo delle statistiche della F.1.

Già, però la corsa nel calendario c’è. Per cui pazienza: Ascari ne ha vinte sette. Alla fine Vettel in Brasile ne ha messa a segno un’altra e si è portato a nove, quindi adesso in qualsiasi modo si leggano i numeri, è lui quello con il record di successi consecutivi. In solitaria o – male che vada – a pari merito. Seb comunque è anche il primo a sminuirsi:

Non c’è paragone, sono epoche diverse. Negli anni Cinquanta le gare erano più lunghe, le macchine si rompevano più spesso mentre oggi abbiamo un’affidabilità che è eccezionale per tutti. Quel record vale ancora tantissimo. Oggi per come la vedo io è solo un numero, magari un giorno quando avrò meno capelli e sarò più cicciottello sarà piacevole ricordarsene.

Perché Seb è uno che i confronti non li vuole masticare. Nel 2006 quando s’è affacciato alla Formula 1 la stampa gli diceva: “Tu sei il nuovo Schumacher”. Lui rispondeva: “No, io sono il nuovo Vettel”. Punto.

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