Dal debutto al tracollo, tra debiti e lutti: la triste storia della Manor in Formula 1

domenica 29 gennaio 2017 · Amarcord

C’è un abisso tecnico e finanziario insormontabile tra i grandi dell’auto e le piccole squadre, resta un sentiero impervio la Formula 1 nelle retrovie, l’ultima dimostrazione viene dalla storia della Manor, sette anni di travaglio, tre dirigenze diverse, milioni di debiti. E due gravissimi lutti.

Manor nel 2009 è tra le 15 squadre che rispondono al bando della Fia, supera l’esame di ammissione e debutta come Virgin grazie alla sponsorizzazione di Richard Branson. Che spende pochissimo: “L’investimento più basso – sostiene – di tutta la Formula 1”.

Il biglietto di presentazione è pessimo, ai test di Jerez la macchina perde pezzi. A Dinnington non hanno la galleria del vento, la prima Virgin nasce solo ed esclusivamente dai computer. È un approccio che non premia, dopo un anno e mezzo il team scarica Nick Wirth che l’ha proposto.

Non fa mai punti la Virgin, non arriva mai più in alto del quattordicesimo posto. E cambia gestione dal 2012, diventa Marussia, ma la sostanza almeno all’inizio resta invariata: stenti, affanni, pochi soldi e pochi test. Tant’è che si parte alla volta di Melbourne senza nemmeno un chilometro di prove.

S’intreccia con fatti nerissimi la storia della Marussia: a luglio diventa una dramma la prima uscita ufficiale di Maria de Villota all’aerodromo di Duxford, la macchina s’infila sotto la rampa di carico del camion del team, Maria perde l’occhio destro, i traumi cerebrali la portano alla morte l’anno dopo. Nel 2014 al Gran Premio del Giappone l’incidente di Bianchi, pure questo in circostanze anomale, la macchina sbatte di fianco contro la gru dei commissari, Jules entra in un sonno profondo, non riprende mai conoscenza, si spegne a luglio.

Intanto salgono i debiti, la lista finisce su internet: 80 milioni in tutto con duecento società in giro per il mondo, in cima all’elenco dei creditori c’è la Ferrari con un conto di 21 milioni per la fornitura dei motori e dei sistemi di recupero dell’energia. La McLaren deve averne 9 per elettronica, simulazioni e galleria del vento. 

Però arriva la salvezza, si chiama Stephen Fitzpatrick. Così la Manor nel 2015 torna a essere Manor, schiera un telaio che in extremis ha convertito al nuovo regolamento. A Melbourne scopre che non ha il software per correre perché Marussia ha ripulito i computer per vendere l’elettronica. Assurdo. In Malesia gira solo con un pilota per volta, cioè mai con due macchine insieme: il sospetto è che il muretto non sia in grado di gestire la squadra al completo per penuria di uomini e componenti.

Cerca soldi. Disperatamente. L’assegnazione dei volanti per il 2016 è “una vendita all’asta”, dice Alexander Rossi. Un posto lo compra il governo dell’Indonesia a Rio Haryanto per 15 milioni.

È inesorabile il declino, la speranza di sopravvivenza è prevalentemente riposta nei diritti commerciali, in quei 35 milioni di dollari che la Manor può prendere con il decimo posto nel mondiale. Li perde quando la Sauber la scavalca in Brasile. E là il baratro si fa più vicino.

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