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Biografia di Alberto Ascari

2 titoli, 13 vittorie, 14 pole, 17 podi, 107.6 punti

Un asso negli anni in cui la Formula 1 si fa progressivamente più seria. Ferrari l’ammira oltremisura, si fa perfino convincere a giocarsi le carte al catino della 500 Miglia di Indianapolis che ha sempre snobbato.

Segue il padre in tutto, nell’amore passionale per le corse e nel destino funesto. Con coincidenze sorprendenti: ammazzati da una curva sinistrorsa entrambi, a 36 anni, quattro giorni dopo un altro incidente, il 26 del mese, con 13 vittorie.

Le frasi celebri di Alberto Ascari

Io obbedisco soltanto a una passione. Le corse. Senza non saprei vivere.

I miei bambini non devono affezionarsi troppo a me. Un giorno potrei non tornare. E loro ne soffrirebbero.

Le origini

Comincia da adolescente con le moto, si converte a 22 anni. Ha un’officina a Milano che negli anni della guerra diventa un cantiere per la riparazione dei mezzi militari. Lui allora si ricicla nel business dei trasporti, rifornisce di benzina l’esercito italiano. Lo affianca Villoresi che dopo il conflitto mondiale lo incoraggia a riprendere le corse, gli procura un contratto con la Maserati e in effetti lo indirizza verso la Formula 1.

In Formula 1

I primi passi li muove con la Ferrari: è lui che insieme con Villoresi porta al debutto il cavallino rampante nel mondiale, a Montecarlo nel 1950. L’anno dopo ha già una chance per il titolo, gliela brucia Ferrari in persona, a Pedralbes, nell’ultimo appuntamento del calendario, quando sottovaluta le raccomandazioni dei tecnici della Pirelli sull’adozione dei cerchi grandi.

Si rifà nel 1952: è il primo ferrarista iridato. E si ripete l’anno dopo. Poi il cuore e il portafoglio lo chiamano altrove, alla Lancia che mette sul piatto un’offerta principesca. Dal Drake si separa a dicembre, dopo una trattativa privata estenuante. Ma sulla rossa ci torna l’anno dopo per una partecipazione straordinaria a Monza: è il gesto d’affetto che gli concede Ferrari mentre la Lancia ancora non ha completato il telaio.

La fine, nel 1955: il destino lo grazia nel tuffo nelle acque del porto a Montecarlo, lo segue fino a Monza e lo condanna quattro giorni dopo, alla curva del vialone che poi gli viene dedicata, in un test che nemmeno avrebbe dovuto fare, in abiti borghesi e col caschetto di un altro. Lui che normalmente è scaramantico e superstizioso all’inverosimile.

Un’impresa

Cadono sotto i suoi attacchi prima Hawthorn e poi Farina. Malgrado un pit stop fuori programma per sostituire le candele, riprende in mano la corsa a Bremgarten nel 1953, si aggiudica il secondo titolo mondiale con rimonta negli ultimi dieci giri.