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Biografia di Graham Hill

2 titoli, 14 vittorie, 13 pole, 36 podi, 274 punti

Più che un corridore, un artista: “La pista è la mia tela, la macchina il mio pennello”. Talentuoso, perfetto. L’unico con la tripla corona dell’automobilismo sportivo: Gran Premio di Montecarlo, 500 Miglia di Indianapolis e 24 Ore di Le Mans. Consegna agli annali una carriera di 18 stagioni nei Gran Premi.

Se ne va in circostanze tragiche, precipita nel 1975 col Piper Aztec che lui stesso sta conducendo per riportare in patria il team, di ritorno dai test a Le Castellet.

Le frasi celebri di Graham Hill

Correre in F1 è come tenere un uovo in equilibrio su un cucchiaino mentre affronti le rapide in canoa.

Se mi accadesse il peggio starei solo pagando il conto per la felicità della mia vita.

Ci sono così tante cose che si possono rompere su una Formula 1 che è un miracolo quando tutto va bene.

Le origini

Frequenta gli istituti tecnici e si fa assumere da Smiths Instruments come ingegnere apprendista e da ingegnere si arruola in marina. Sale fino al grado di sottufficiale, cambia obiettivi a 24 anni dopo un corso di guida che gli costa cinque scellini a Brands Hatch su una Cooper da Formula 3. Finisce in Lotus a fare il meccanico, con lo stipendio si paga le corse con le sport car finché Chapman non varca la soglia della Formula 1 e lo trascina ai Gran Premi.

In Formula 1

Si ritira nelle prime sette corse a cui partecipa, in due anni non fa neanche un punto. Allora lascia la Lotus per la Brm che dopo un altro avvio in pena lo porta al primo titolo nel 1962, a East London, dove intasca vittoria e campionato. Torna da Chapman nel ’67 quando in Brm s’affaccia Stewart e invece trova Clark. Che poi muore l’anno dopo. Al rush finale di Città del Messico si gioca il campionato contro Stewart e Hulme, la spunta, riscuote dalla Lotus diecimila sterline di bonus sull’onorario.

È Rindt adesso il termine di paragone e la pressione si sente. Per poco non s’ammazza a Watkins Glen, viene sbalzato dall’abitacolo, le gambe non reggono. Torna in pista l’anno dopo, nel primo round, a Kyalami, al traguardo è sfinito, i meccanici devono aiutarlo a uscire dall’abitacolo.

Va alla Brabham e sceglie male. Fonda l’Embassy Racing e gli va ancora male. Finisce in sordina la carriera, doppiato in Brasile nel 1975. La resa a Monaco, nelle prove ufficiali si blocca all’altezza del casinò, manca la qualificazione per la prima volta in carriera. Beffardamente, sulla pista dove s’è imposto cinque volte. Senza casco, sull’auto del suo team, percorre un giro a Silverstone prima del via: è il defilé di commiato dalle corse, quattro mesi prima della tragedia di Arkley.

Un’impresa

Dirige le operazioni alla Lotus nel 1968 a Jarama per superare lo smarrimento nella prima corsa dopo la morte di Clark mentre Chapman resta in Inghilterra e medita di smettere: impartisce le direttive tecniche, incoraggia i meccanici, li porta tutti a cena fuori e vince la corsa.