brabham_artwork

Biografia di Jack Brabham

3 titoli, 14 vittorie, 13 pole, 31 podi, 253 punti.

Taciturno, a tratti scontroso. Pilota, tecnico e manager, ingegnere mancato delle scuole serali dopo la guerra. Di lui, Derek Gardner un giorno scrive: “Arrivava in pista dopo una settimana in officina. Se si fosse dedicato solo a correre, avrebbe dominato alla maniera di Fangio”.

Sempreverde, coriaceo, per i giornali è “il terribile vecchio”. Si defila solamente nel 1970, dopo sedici stagioni di Gran Premi: “Ma avrei potuto continuare per un altro paio d’anni”. Cavaliere dell’impero britannico nel 1978. Muore nel 2014, lo sconfigge una malattia al fegato.

Le frasi celebri di Jack Brabham

Il mondiale con la Brabham fu uno sforzo tutto australiano. Progettista australiano, meccanici australiani e motore costruito in Australia. Eravamo l’Australia contro il resto del mondo.

Su, giù, destra, sinistra. Al Nurburgring dovevi sapere a memoria le curve altrimenti erano casini.

Le origini

A dodici anni già guida il camion del padre; a quindici compra motociclette usate, le ripara dietro casa e le rivende; appena diciottenne si fa due anni in aviazione come meccanico. Le gare lo rapiscono a 22 anni: per conto di un americano progetta una midget car, un bolide in miniatura per le competizioni su sterrato. Finisce che ci corre lui e non sfigura, nemmeno quando si sposta su strada. Cominciano a chiamarlo Black Jack. E con quel soprannome arriva in Formula 1.

In Formula 1

L’inizio è sconfortante, fa tre punti in quattro anni. Poi la Cooper azzecca la macchina a motore centrale che nel 1959 lo lancia verso il titolo e pure, letteralmente, per aria: succede a Lisbona, nell’incidente per doppiare Cabral, letteralmente una lumaca.

Resta in vetta l’anno dopo, sulla Cooper T53 che ha ridisegnato in volo sull’Atlantico dopo il Gran Premio d’Argentina. L’idillio comunque sta per finire: il team perde colpi, il 1961 è disastroso, conta sei ritiri e appena quattro punti.

Allora con Ron Tauranac si mette in proprio. L’avvio non paga, non gli piace il concetto dei 1500 centimetri cubi: “Queste non sono macchine di Formula 1”. Sono gli anni della crisi. Che lo piegano e non lo spezzano. La svolta arriva nel 1966 con l’aumento della cilindrata a 3000: intuisce che per vincere bisogna puntare sull’affidabilità anziché sulla potenza, trasmette la filosofia alla Repco per farsi cucire un motore a misura della sua macchina. Conquista il terzo mondiale, il più prezioso, con la macchina che porta il suo nome: è un’impresa che non riesce a nessun altro.

Ha quarant’anni suonati, di smettere non vuole saperne: sulla griglia di partenza a Zandvoort passeggia con barba posticcia e bastone, ribatte alla stampa che gli raccomanda di pensionarsi. Lascia quando soccombe a Hulme.

Un’impresa

Nell’epoca in cui le squadre disdegnano la 500 Miglia, a Sebring nel 1959 si tiene il primo Gran Premio degli Stati Uniti. Un fuoripista di Brooks e la rottura della trasmissione di Moss gli consegnano il titolo. Lui comunque conduce quasi tutta la corsa, alla fine resta senza benzina all’ultimo giro, si classifica quarto spingendo la Cooper in salita nei cento metri finali, già stremato per una notte in bianco a riparare i danni dell’incidente nelle prove. Collassa, ma è iridato.