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Biografia di Jim Clark

2 titoli, 25 vittorie, 33 pole, 32 podi, 255 punti

Enigmatico, umile e schivo. Ma carismatico quanto veloce. Il 26 dicembre del 1958 lui e Colin Chapman s’incontrano per la prima volta, a Brands Hatch in una gara minore. Nasce un sodalizio di mutua fiducia, Chapman gli cuce le macchine addosso, lui in tutta la carriera non corre che su Lotus.

Quando muore, Innes Ireland su Autocar gli scrive una lettera commossa ma lucida: “A chi lo ha amato, amici e familiari, chiedo di non dimenticare il suo amore per le corse, altrimenti la sua vita sarà passata invano”. Dall’altra parte del globo, su invito della radio di Los Angeles si accendono in pieno giorno i fari delle macchine sull’autostrada metropolitana, in memoria del campione che ha fatto impazzire l’America alla 500 Miglia.

Le frasi celebri di Jim Clark

Ho notato che gli avversari subiscono talmente il mio ritmo che quando rallento io, rallentano anche loro.

La gente non concepisce che tu possa avere paura. Se non ci fosse paura qualunque stupido potrebbe mettersi al volante di una macchina da competizione e gareggiare.

Le origini

Unico figlio maschio di una ricca famiglia di allevatori di pecore, l’aspetta la strada dell’agricoltura, ma a vent’anni prova una Porsche e fa qualche rally. Corre dovunque gli capiti, all’oscuro della famiglia, un po’ alla volta viene allo scoperto e la passione diventa professione. Prima dell’ingresso in Formula 1 fa 106 gare con le sport car e una 24 Ore di Le Mans che chiude da secondo di classe.

In Formula 1

Per il debutto in Formula 1 lo cerca l’Aston Martin, lui è tentato, fa un test a Goodwood, ma la fortuna in qualche modo lo bacia perché il progetto fallisce e gli risparmia un fiasco. Allora comincia dalla Lotus, tra Gran Premi e Formula Junior. Nel 1962 battezza la Lotus 25 che segna la transizione dai telai tubolari alle monoscocche, la porta alla vittoria a Spa, accelera verso il mondiale che conquista nel 1963 con sette vittorie, una in più di quante ne bastino.

Nel 1964 invece la macchina non l’accompagna. È un anno di transizione, torna al vertice l’anno dopo, alla settima gara su dieci chiude i giochi per il campionato e si porta a casa il secondo titolo. Per regolamento si conteggiano solo sei risultati: ancora, i suoi sono tutti primi posti. Gli sfugge solamente Montecarlo, ma lui quel weekend è a Indianapolis, a vincere anche la 500 Miglia, nella prima affermazione di un pilota europeo nell’albo del Brickyard.

Quello è l’ultimo mondiale. Fatica coi nuovi motori, è solo il suo talento a fare la differenza. E quando la macchina di nuovo l’appoggia nella corsa all’iride, trova la morte in mezzo agli alberi della foresta di Hockenheim mentre disputa la prima batteria di una gara anonima di Formula 2.

Un’impresa

Conduce a Monza nel 1967, ma deve cambiare una gomma e perde un giro. Quando riprende la pista demolisce il cronometro e torna in testa con una rincorsa sfrenata che alla fine gli presenta il conto e lo manda in riserva.