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Biografia di Michael Schumacher

7 titoli, 91 vittorie, 69 pole, 155 podi, 1566 punti

Instancabile, professionale, atletico, un talento naturale che vive per la perfezione senza contemplare la sconfitta. Fanatico al punto da rimettersi in pista a 41 anni dopo tre stagioni di stop. Con la dedizione di sempre.

Conquista le squadre, le fa girare intorno a lui. Con qualche macchia sul curriculum per una serie di manovre controverse in pista. Ma resta il migliore per risultati e statistiche. Nel 2013 cade sciando a Meribel, riporta un grave trauma cranico. Comincia la corsa più importante e più difficile.

Le frasi celebri di Michael Schumacher

La Ferrari è una leggenda di cui io rappresento una parte.

Ma io sono fatto così, voglio sempre il massimo possibile. È questa attitudine che mi ha fatto vincere tanto.

La Ferrari è speciale. Parla di sé come di una famiglia.

Le origini

A sei anni si forma al kartodromo di Kerpen che la famiglia di von Trips ha fatto costruire in memoria del figlio. Nel 1988 è in Formula Ford tedesca e Formula Konig. Trova Willi Weber che si fa carico di gestirlo e lo porta al titolo in Formula 3 nel 1989, poi con Frentzen e Wendlinger in Mercedes sport car, dove lo nota Eddie Jordan che lo spara in Formula 1.

In Formula 1

Fa un test sbrigativo, a Silverstone prima d’imbarcarsi per il Belgio nel 1991 dove la Jordan ha bisogno di un sostituto per Gachot. In griglia è settimo, in gara ha giusto il tempo di bruciare la frizione al via. Briatore lo riscatta per mezzo milione di dollari, lo porta alla Benetton già a Monza.

Quando corre da un anno esatto fa sua la prima vittoria. Nel frattempo comincia il contrasto con Senna che gli fa la paternale a Magny Cours e quasi lo mena ai test di Hockenheim. Il destino sciagurato priva il mondo di un duello che sarebbe stato epocale.

È enfatica la lotta con Hill nel 1994, finisce con l’incidente di Adelaide, ma la Fia non ha elementi per giurare sulla volontarietà: il titolo è definitivo, il primo di un tedesco in Formula 1. Non ha bisogno Schumi di sporcarsi le mani l’anno dopo, la cavalcata è più liscia, centra il bis iridato tenendo Hill a distanza rilevante. Quindi si lega alla Ferrari, ha un contratto che all’inizio è solo biennale, poi rinnovo dopo rinnovo copre undici stagioni. Entro un anno, per raggiungerlo a Maranello partono dalla Benetton anche Brawn e Byrne, prende forma un gruppo inossidabile.

Il mondiale però ci mette tempo ad arrivare. Schumacher viene depennato dalla classifica nel 1997 per la carognata di Jerez su Villeneuve. La tensione gli taglia le gambe l’anno dopo a Suzuka, gli fa sbagliare la partenza, la leadership l’eredita Hakkinen che fila in pace verso la vittoria e si laurea campione. Il 1999 è l’anno dell’incidente di Silverstone che lo mette ko per tre mesi.

È già il 2000, Schumacher non può più sbagliare, la sua posizione alla Ferrari rischia di farsi critica. Lui comunque fa centro, riporta a Maranello un titolo che manca dal 1979. Da là in poi sigla la sua epoca con pole, vittorie, giri veloci e record a ripetizione, domina incontrastato nel 2001, uguaglia i cinque mondiali di Fangio nel 2002, si ripete nel 2003 e nel 2004 malgrado i cambi di regole.

Le novità nel 2005 però sono più drastiche, la Ferrari non sa reagire, vince una sola volta, a Indy nel giorno in cui Michelin fa parcheggiare tutte le sue macchine per ragioni di sicurezza. È un anno storto, nella corazza di Schumacher si apre una crepa. Dopo Istanbul confessa: “Mi sono reso conto che era tutto inutile”.

Nel 2006 però tiene testa ad Alonso. Non vince il titolo e ne fa un’altra delle sue, il parcheggio in traiettoria alla Rascasse per salvare la pole. A Monza annuncia che può bastare, chiude come il più fedele alla Ferrari, il più fedele in assoluto allo stesso team.

Tempo tre anni e inizia a ripensarci. Dovrebbe subentrare a Massa dopo l’incidente di Budapest, non può per via dei dolori al collo. Ma a dicembre ufficializza l’atto secondo della carriera, volta la faccia alle consulenze della Ferrari e firma con Mercedes. Raccoglie solo un podio, si ritira nel 2012 quando la squadra gli preferisce Hamilton. La frase di commiato è per i fedelissimi: “La vita è fatta di passioni. Grazie per aver condiviso la mia”.

Un’impresa

La Ferrari non è la macchina migliore in condizioni d’asciutto. La pioggia l’aiuta a Barcellona nel 1996, Schumacher fa il resto. Scatta terzo, sbaglia la partenza e scivola al nono posto alla prima curva. Dodici giri dopo è in testa. Vince nonostante faccia una sosta in più rispetto agli avversari e nonostante abbia uno scarico menomato.