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Biografia di Nelson Piquet

3 titoli, 23 vittorie, 24 pole, 60 podi, 481.5 punti

Uno zingaro che vive in barca a Montecarlo per spostarsi verso lidi da scoprire e donne da conquistare. Irriverente, guascone, impulsivo. E manesco, chiedere a Salazar. Sbeffeggia i giornalisti, Senna, Mansell, Prost, perfino Enzo Ferrari. Ma in pista è un osso duro. Non è un caso che vinca tre mondiali nell’epoca delle competizioni più serrate.

Le frasi celebri di Nelson Piquet

Non cerco la fama e non voglio conoscere gente importante. Voglio solo vincere.

Le origini

Lascia il tennis per il kart, corre col cognome della mamma per nascondersi al padre, almeno finché non vince il titolo nazionale nel 1971. Da quel momento è una celebrità, Fittipaldi lo prende in simpatia e fa in modo da portarlo in Europa, dove vince in Formula 3 per due anni consecutivi battendo il record di vittorie che aveva fissato Stewart.

In Formula 1

Nel 1978 corre per Ensign e McLaren prima di stabilirsi alla Brabham, diventa punta quando lascia Lauda. A Long Beach nel 1980 la prima vittoria della carriera è un grand chelem, ma nel mondiale soccombe a Jones. Batte Reutemann invece l’anno dopo, ma nemmeno è perfetto. A Montecarlo, per esempio: sente la minaccia di Jones, quando lo vede negli specchietti forza un doppiaggio e sbatte.

Perde un anno nel 1982 perché la Brabham non va, si ritira nove volte, conta anche una squalifica e una mancata qualificazione. Nell’83 invece c’è, si aggiudica il titolo per due punti su Prost, quando la Renault già ha prenotato le pagine dei quotidiani per annunciare “le jour de la gloire”.

Migra alla Williams nel 1986 per cercare più soldi, sfiora subito un altro titolo: ad Adelaide scoppia un pneumatico a Mansell, lui è ancora in corsa, il team per precauzione gli cambia le gomme, ma lo condanna alle spalle di Prost che si porta a casa il secondo titolo e in qualche modo si prende la rivincita dell’83.

Sul tetto del mondo ci risale nel 1987, ha la meglio prima ancora di cominciare la corsa a Suzuka perché Mansell nelle prove ufficiali del venerdì per soffiargli la pole va a sbattere, si infortuna alla schiena e deve saltare il Gran Premio. Quell’anno comunque un incidente serio lo patisce anche lui, al Tamburello di Imola per una foratura sospetta. Anni dopo svela: “La profondità della mia vista s’era accorciata. Non potevo dirlo a nessuno altrimenti non avrei più gareggiato. Diciamo che la mia carriera è finita lì, da quel momento ho corso solo per i soldi”.

Già: fila via quando il team perde la motorizzazione dell’Honda, se ne va alla Lotus, poi alla Benetton per chiudere la carriera. Vincendo per l’ultima volta, a Montreal nel 1991 quando Mansell fa la vaccata di mettersi a salutare all’ultimo giro. In Belgio debutta Schumacher che lo fa sembrare un pilota troppo normale per andare avanti nella massima serie.

Un’impresa

All’Hungaroring di Budapest nel 1986 mette a segno il sorpasso più bello. Di traverso alla prima curva su Senna, una manovra che vale da sola il prezzo del biglietto.