Monte Carlo, scheda e storia del circuito

Lo scenario: il più glamour dell’anno
I sorpassi

Il gioiello della corona della Formula 1, dove vincere conta più che altrove. Anacronistico, un corridoio in mezzo ai guard rail. L’unico Gran Premio dove le libere sono anticipate a giovedì per dilatare il weekend e prolungare il soggiorno. Anche l’unico dove la distanza di gara è accorciata da 305 a 260 chilometri e la cerimonia di premiazione è regolata da un protocollo diverso.

3.340 km × 78 giri

Il giudizio di Christian Klien per F1WEB.it

Non c’è spazio per gli errori, a ogni curva devi baciare le barriere per fare un giro veloce. Si viaggia col massimo carico alare, alcuni team addirittura cambiano il passo della macchina per essere più agili nelle curve strette. Il grip nelle prove è bassissimo, nel weekend migliora, i tempi si abbassano anche di un secondo. Mentalmente è la gara più dura, su una pista vera.

La storia essenziale

1950. Fa il suo ingresso in Formula 1 la Ferrari, comincia con il secondo posto di Ascari alle spalle dell’Alfa di Fangio che al primo giro esce indenne dal maxi incidente sul molo, dove gli spruzzi del mare bagnano la pista e decimano il plotone. Fangio rallenta quando si accorge che il pubblico guarda altrove anziché nella direzione delle auto, fa lo slalom in mezzo ai rottami e accumula il vantaggio che reprime Villoresi.

1955. Ascari con la Lancia sbanda alla chicane del porto, sfonda le barriere e s’inabissa; lo salvano i sommozzatori, si rompe solo il naso. Dieci anni dopo, lo stesso incidente capita a Paul Hawkins con la Lotus.

1964. Sulla Lotus di Clark si sposta la barra posteriore stabilizzatrice. Lui stringe i denti, dopo venti giri il team la stacca al pit stop. Intanto Graham Hill e Gurney sono passati a condurre. Clark allora tenta l’aggancio, si ritira a quattro giri dalla fine con l’olio al minimo. E il ritiro salva la vittoria di Hill.

1967. Lorenzo Bandini sbatte con la Ferrari all’uscita del tunnel. Resta intrappolato per oltre tre minuti nelle lamiere che prendono fuoco. Le balle di paglia che delimitano il tracciato alimentano le fiamme. Muore dopo tre giorni d’agonia.

1982. Sbatte Prost in uscita dalla chicane del porto dopo 73 giri in processione. Va al comando Patrese che si gira sull’olio di Daly alla curva della vecchia stazione, a due giri dalla fine. Lo passano Pironi e De Cesaris che però si fermano senza benzina prima di vedere il traguardo. Nel frattempo Patrese sfrutta la discesa verso il Portier per rimettere in moto la macchina e vincere.

1984. Senna parte tredicesimo con la Toleman, s’arrampica fino al secondo posto e va a minacciare la leadership di Prost che allora al giro 31 chiede e ottiene da Ickx la bandiera rossa per avverse condizioni meteo.

1988. Senna viene da una qualifica d’alta scuola, sabato ha rifilato un secondo e mezzo a Prost. Si schianta al Portier mentre è in testa con un margine di tutta sicurezza. Non torna ai box, se ne va direttamente in appartamento, a meno di duecento metri dal punto dell’incidente.

1994. Nelle prove di giovedì, Wendlinger sbatte alla chicane del porto contro lo sperone delle barriere. Per diciannove giorni resta sospeso tra la vita e la morte, in coma farmacologico per rallentare l’attività del sistema nervoso.

1996. Arrivano solamente in tre al traguardo sotto la pioggia. Schumacher non completa neanche un giro e si schianta al Portier, Hill rompe il motore, Alesi un ammortizzatore; Irvine viene travolto da Hakkinen e Salo. Sulla roulette esce il numero fortunato di Panis con la Ligier.

2006. Schumacher è in testa negli scampoli finali delle qualifiche, si ferma in traiettoria e blocca la pista davanti al bar della Rascasse. Gli altri non possono migliorare. Secondo i commissari è un parcheggio volontario. La Ferrari è squalificata, deve partire all’altra estremità della griglia.

2014. Rosberg scrive una pagina controversa, arriva lungo al Mirabeau, congela la classifica delle qualifiche e si tiene la pole. “Un errore onesto”, dice. “Un errore ironico” ribatte Hamilton che non può fare il tempo. Per i commissari non c’è dolo. Ma Hamilton cova rancore: “Devo valutare ogni scenario. Devo fare come Senna”.

2015. All’ingresso della safety car Hamilton chiede il pit stop per le gomme, il muretto sbaglia i conti, lo chiama dentro nella convinzione che il vantaggio su Rosberg e Vettel sia rassicurante. Invece lo condanna e lo relega in terza posizione. D’un soffio. Hamilton ci rimette una vittoria che solo sua doveva essere.