Suzuka, scheda e storia del circuito

Il disegno della pista
La sicurezza

Nel luna park dell’Honda, sulla pista che John Hugenholtz ha pensato negli anni Sessanta, una di quelle col disegno più vario, una di quelle che valorizza gli attaccanti. Bella e pericolosa, indissolubilmente legata alla faida di Senna e Prost, tristemente segnata dal dramma di Bianchi.

5.807 km × 53 giri

Il giudizio di Christian Klien per F1WEB.it

Una delle piste più difficili e popolari, ha tutto quello che un pilota vorrebbe, l’incredibile R130, le esse velocissime nel primo settore, tra le più complesse del campionato, un tornante strettissimo e un lungo tratto d’accelerazione che invita a sorpassare. Vince chi ha l’aerodinamica migliore, però il pilota è chiamato a una prova di forza per tirare fuori il massimo dalla macchina.

La storia essenziale

1987. Gli alfieri della Williams si giocano il campionato, ha la meglio Piquet, prima ancora di cominciare la corsa perché Mansell nelle prove ufficiali del venerdì per soffiargli la pole provvisoria va a sbattere, si infortuna alla schiena e deve saltare il Gran Premio.

1989. Prost sbarra la strada a Senna alla variante del triangolo. Le macchine s’agganciano, Alain scende e si ritira, pensa di avere il titolo in tasca. Ayrton invece riparte, cambia il musetto e va a vincere. Viene squalificato perché i commissari manovrati da Balestre gli rimproverano il taglio di chicane nella ripartenza dopo la collisione. E così il campionato va a Prost.

1990. Prost per tenere vive le speranze ha bisogno di vincere a Suzuka, ma in pole c’è Senna che pretende il diritto della piazzola sul lato esterno. La Fia gliela nega, lui si fa giustizia da solo: sperona Prost alla prima curva, lo manda nella sabbia e si porta a casa il titolo. A risarcimento dei veleni dell’anno prima.

1996. Figli di tanto padre, Damon Hill contro Jacques Villeneuve, sulla Williams si contendono il mondiale. Ha la meglio Hill quando Villeneuve perde la gomma posteriore destra che vola pericolosamente oltre la prima rete e rischia di finire in tribuna.

1998. La tensione taglia le gambe a Schumacher che sciupa la pole e lascia spegnere il motore alla partenza, riparte dal fondo mentre la leadership l’eredita Hakkinen che fila in pace verso la vittoria e si laurea campione.

1999. Schumacher ha in mano il destino di Irvine, può vincere e portare indirettamente l’iride nella bacheca del compagno di squadra. Invece fallisce la partenza. Hakkinen scappa, conquista gara e secondo titolo. Irvine arriva terzo, il giorno prima ha sbattuto al tornante.

2000. Sono in ballo le sorti del mondiale tra Schumacher e Hakkinen. In qualifica è per loro la prima fila, li separano solo 9 millesimi, il preludio a una disfida equa e affascinante. Al via Schumi perde la leadership, prima del secondo pit stop deve mettere in fila una serie di giri record per riprendersi il comando. Con la vittoria è matematicamente irraggiungibile in classifica.

2003. La pole di Barrichello nel 2003 diventa un impegno per negare il trionfo a Raikkonen e assicurare l’iride a Schumacher che scatta in settima fila. Schumi rompe l’ala anteriore, rischia il ritiro nel duello con Ralf, corre nel finale con la visiera appannata e alla fine salva l’ottavo posto.

2005. Raikkonen attacca Fisichella all’ultimo giro, è il sorpasso che gli dà la vittoria last minute dopo la partenza in P17. La gara è vivace, soprattutto per effetto di una griglia di partenza disordinata a causa della pioggia a intermittenza nella sessione di sabato.

2006. Schumacher rompe il motore per la prima volta dopo sei anni. C’è ancora una corsa, fatto sta che Alonso con la vittoria mette una seria ipoteca sul campionato.

2014. Non passa la mozione di anticipare la partenza per evitare pioggia e penombra. Finisce che Jules Bianchi al giro 43 si gira alla Dunlop nel punto in cui s’è già schiantato Sutil. I commissari sono in azione con la ruspa, Bianchi va a sbatterci di fianco e s’infila sotto lo scudo posteriore, entra in un sonno profondo, non riprende mai conoscenza, si spegne a luglio l’anno dopo. La Fia nell’inchiesta interna indica tante concause, nessuna determinante, attribuisce la responsabilità principale al pilota “che non ha rallentato abbastanza”, ma cita un’anomalia al brake-by-wire della Marussia.