Colin Chapman non è mai morto. Una vecchia storia, un affascinante mistero

domenica 23 gennaio 2011 · Amarcord

A gennaio del 1982 un’inchiesta in Inghilterra scopre che De Lorean ha costruito solo 8500 macchine e che l’equivalente di 23 milioni di sterline – cioè il 40 per cento dei fondi pubblici liberati nel 1974 – è finito su un conto panamense intestato a General Product Development Services, un conto che è destinato a sovvenzionare la Lotus.

Finisce che si mette a indagare pure l’Fbi. Chapman però viene interrogato solo dalle autorità inglesi. All’improvviso muore. O fa perdere le tracce. Insomma scampa al processo. I giudici di Belfast diranno che la condanna era scontata: “Dieci anni di carcere per frode”.

Prosciolto invece John De Lorean che smonta anche un’accusa di traffico di stupefacenti. In manette invece finisce Fred Bushell, uno dei collaboratori storici di Chapman. Secondo grandprix.com “sapeva esattamente dove erano finiti i soldi, ma si rifiutò di parlare”. Si fa quattro anni di galera, tre sanciti dalla sentenza, un altro per non aver potuto pagare la multa e le spese legali.

Nel frattempo l’Fbi manda a cercare Chapman in Brasile. Il sospetto degli americani è che se la stia spassando coi soldi del governo inglese, sotto falso nome e dopo un intervento di plastica facciale per cambiarsi i connotati. E forse non è un caso che in Brasile, per oltre un mese nel 1983 dopo il Gran Premio a Jacarepagua, si trattiene la vedova di Colin che da dieci anni non fa trasferte e non vola.

Nel mondo parallelo dei complottisti, alla fine Chapman muore davvero. Ma in America Latina, almeno vent’anni dopo la data ufficiale sulla lapide a East Carleton. Dove in latino c’è scritto che la virtù cresce sotto le oppressioni.

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