Mutande sporche, monetine e rituali: i piloti di Formula 1 tra superstizioni e ossessioni

giovedì 5 aprile 2012 · Amarcord

È una categoria di scaramantici professionisti, che corrono a trecento all’ora e s’aggrappano a tutto. Pure alle superstizioni. Barrichello si ricorda i tempi della Formula 3: “Se vincevo una corsa cercavo di ricordarmi se la mattina mi ero fatto la barba. E mi sforzavo di fare gli stessi gesti per la gara successiva. Adesso la mia battaglia contro la superstizione l’ho vinta“. Lui sì, qualcun altro ancora no.

Oggi uno dei più superstiziosi è Sebastian Vettel. Nel 2009 si ribella quando viene a sapere che la nuova tuta non ha il taschino. Protesta perché il taschino gli serve per metterci dentro “un maialino, una moneta da un centesimo, una da un penny e una da un dollaro”: le ha trovate per caso prima del Gran Premio di Indianapolis del 2007, la gara dell’esordio in Formula 1.

Nella scarpa infila pure una medaglietta di San Cristoforo, che essendo il patrono degli automobilisti, in qualche modo un occhio lo butta pure sui piloti di Formula 1. Vettel è anche uno di quelli con la fissa per salire in macchina sempre dallo stesso lato: “Quello sinistro”.

La stessa mania ce l’aveva Michael Schumacher: “Credevo mi portasse bene. Poi un giorno entrai dal destro. Non cambiò nulla”. Ma Schumi per combattere iella e malocchio si portava nella Ferrari le cose più strane. La spazzola di una bambola al Nürburgring nel 2000.

La convinzione è che la scaramanzia “non ti aiuta a vincere le corse, però – ammette Massa – ti fa sentire meglio”. Perciò la storia è piena di assi del volante e talismani improvvisati. Niki Lauda le monetine anziché nel taschino le metteva direttamente nei guanti. Mario Andretti non guidava senza la medaglietta dorata al collo, Emerson Fittipaldi senza la foto della figlia in tasca.

Felipe Massa quando comincia bene un week-end non cambia i boxer fino a domenica sera. È l’abitudine che ha avuto anche David Coulthard. Prima che le ragazze del paddock gli consigliassero di smetterla. Seriamente: “Ebbi un incidente, al centro medico mi spogliarono e non ebbero una bella impressione”.

Alberto Ascari si bloccava coi gatti neri. Elio De Angelis in un’intervista su Rombo rivelò che a spaventarlo era il calcolo delle probabilità: “Se la corsa è andata bene cinque volte di seguito, sai per un semplice fatto di statistiche che la prossima volta potresti anche non arrivare, però non sai quello che ti succede. Si può rompere il motore, una sospensione o qualche altra cosa”.

Il caso più curioso – e inquietante, per la verità – resta quello di Pedro Rodriguez. Portava sempre al mignolo della mano sinistra l’anello che gli aveva lasciato Ricardo. Lo perse in aeroporto e se ne fece forgiare uno identico. Non bastò, perché alla prima corsa si schiantò e morì sul colpo.

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