L’eroe che aveva fatto impazzire (anche) l’America: nel 1968 moriva Jim Clark

martedì 7 aprile 2015 · Amarcord

Per l’afflosciamento di un pneumatico, vola fuoripista a Hockenheim e trova la morte in mezzo agli alberi della foresta mentre disputa la prima batteria di una gara anonima di Formula 2. È il 7 aprile del 1968, Jim Clark è obbligato a partecipare per onorare il contratto con Firestone, ma comunque è uno che per indole gareggia dovunque gli capiti.

Viene da una famiglia di allevatori di pecore, all’epoca dell’incidente di Hockenheim è lui che detiene un buon numero di record in Formula 1: 73 partecipazioni, 33 pole e 25 vittorie. Nelle statistiche resta tuttora imbattuto con otto grand chelem, tre più di Ascari e Schumacher.

In Formula 1 non corre che su Lotus: è un sodalizio di mutua fiducia che nasce nel 1958, quando lui e Colin Chapman si conoscono a una gara minore a Brands Hatch; gareggiano entrambi, a sorpresa vince mister Lotus che oltre alla coppa trova l’uomo su cui fondare il progetto per l’assalto al mondiale di Formula 1.

Insieme vincono quattro titoli, due piloti e due costruttori. E Chapman a fatica regge lo sconforto per il dramma di Hockenheim, resta in Inghilterra e medita di smettere mentre tocca a Graham Hill la direzione delle operazioni del team a Jarama nella prima corsa senza Clark.

Innes Ireland su Autocar scrive una lettera commossa ma lucida: “A chi lo ha amato, amici e familiari, chiedo di non dimenticare il suo amore per le corse, altrimenti la sua vita sarà passata invano”. Dall’altra parte del globo, su invito della radio di Los Angeles si accendono in pieno giorno i fari delle macchine sull’autostrada metropolitana, in memoria del campione che ha fatto impazzire l’America alla 500 Miglia tre anni prima.

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