Solo fumo e niente arrosto, i tre anni da incubo della McHonda… e di Alonso

sabato 16 settembre 2017 · Amarcord

Ecclestone dice che in fondo la colpa è della McLaren: “Ogni giorno, invece che lavorare con l’Honda, facevano una lotta su tutto. Lo trovo stupido”. Finisce dopo tre anni un sodalizio che non va mai oltre il quinto posto, che colleziona più posizioni di retrocessione che punti. Taki Inoue via Twitter ringrazia: “Non sono più io il maggiore fallimento giapponese in Formula 1”.

La linea temporale della McHonda parte – anzi, riparte – a novembre del 2014, il test di Turvey a Silverstone apre la “nuova era”, rievoca una collaborazione che tra l’88 e il ’92 ha fruttato un poker iridato nel mondiale piloti come nel mondiale costruttori.

La fiducia è alle stelle, invece la doccia fredda arriva subito: Honda per un guasto all’impianto elettrico stecca la prima uscita pubblica ai test di Abu Dhabi, non viene a capo delle grane nonostante le simulazioni dicano che il telaio è una bomba. Di mezzo, prima del via del mondiale, pure l’infortunio di Alonso a Barcellona. In circostanze mai chiarite.

Retrocessione su retrocessione scorre via il 2015. Solo Manor fa peggio. Alonso a Suzuka urla via radio mentre tutti l’infilano: “Imbarazzante”. E ancora: “Un motore da Gp2”. La sua foto mentre prende il sole in qualifica a Interlagos diventa il simbolo di un anno da scordare.

E allora anno nuovo, vita nuova. Ai test a Barcellona nel 2016 la McLaren trova affidabilità e potenza, sembra fuori dal tunnel e invece quello è un altro anno senza gloria. Per la cronaca, con il giro più veloce a Monza. Prodigi senza spiegazione. Sullo sfondo, la faida che determina l’estromissione di Dennis.

Perciò il 2017 si apre con le rivoluzioni di facciata, il ritorno all’arancio che fu di Bruce McLaren. L’esecutivo passa a Zak Brown, dalla panchina viene promosso Vandoorne perché Button ne ha abbastanza. È ancora crisi, matura il terzo flop consecutivo malgrado l’Honda abbia riprogettato da zero l’ibrido per andare verso le soluzioni vincenti che fanno volare la Mercedes. Là se ne va Gilles Simon, ex Ferrari, all’Honda dal 2013 con l’incombenza specifica di gestire la rivoluzione ibrida.

McLaren già a marzo cerca di riallacciare il rapporto con Mercedes, in pista non arrivano upgrade, Alonso va a cercare fortuna alla 500 Miglia di Indianapolis, la maledizione lo segue oltreoceano, il motore – Honda, pure quello – gli sega le gambe a 22 giri dalla fine mentre è settimo.

Tokyo intuisce che Woking ha il destro per rompere il contratto senza pendenze, a quel punto trova un accordo con la Sauber, tempo tre mesi e di quell’accordo la nuova dirigenza della Sauber fa carta straccia. Il tempo stringe, Honda rischia di restare senza una squadra nel 2018. Entra in gioco Liberty Media perché l’acca tutto sommato è un marchio che fa sempre comodo: scatta un negoziato complesso, McLaren firma con Renault, Honda ripiega su Toro Rosso. Promette: “Obiettivo, stare nei primi tre”. Auguri.

Alonso, Button, Honda, Indianapolis, Liberty Media, McLaren, Silverstone, Vandoorne,