Suzuka, quanti incidenti: il paradosso di un circuito spettacolare dentro uno spazio angusto

mercoledì 11 ottobre 2017 · Paddock

La serie degli incidenti l’apre Sainz al tornante venerdì. Poi sbattono Bottas alla curva del cucchiaio e Raikkonen alla Degner nella terza sessione, Grosjean nelle Esse nella prima eliminatoria di qualifiche, ancora Sainz alla partenza. Non s’è fatto male nessuno, ma la riflessione ritorna.

È il weekend del Gran Premio del Giappone, a tre anni dal dramma di Bianchi. Spettacolare, difficile e folle, Suzuka si conferma un autodromo che è invecchiato male, dove il progresso delle strutture non ha retto allo sviluppo delle macchine e all’escalation della velocità.

Tant’è che Ecclestone già nel 2007 giustificava così lo spostamento al Fuji: “Suzuka è come una vecchia casa, ha bisogno di un po’ di lifting”. Il Fuji invece dopo due edizioni già pagava la crisi della Toyota, la Formula 1 ha fatto dietrofront e s’è tenuta il parco giochi dell’Honda. Senza migliorie.

Perché alla fine il Giappone è una tappa obbligata e commercialmente serve a tutti. Quindi un occhio si chiude sempre. Anche sulle novità sostanziali che la Fia avrebbe potuto pretendere quando le simulazioni anticipavano quello che hanno dimostrato i tempi del weekend: Suzuka per avanzamento dei punti di frenata e innalzamento delle velocità di percorrenza delle curve è uno dei circuiti dove più si fa sentire la rivoluzione meccanica e aerodinamica del 2017.

Lo diceva Hamilton nel 2015: “Grande pista, ma c’è quell’elemento di pericolo che sopravvive”. A questo gioiello di vecchia concezione ha detto no il motomondiale dopo la tragedia di Kato nel 2003: “Un peccato – parole di Valentino Rossi – perché alla fine amo Suzuka. Ma la verità è che questa pista è troppo pericolosa”. E Jorge Lorenzo: “Ha delle curve che in condizioni di bagnato possono essere terribili”.

È una questione di spazi, Suzuka in effetti si presenta come un budello claustrofobico senza vie di fuga, costretto dentro confini angusti perché i terreni limitrofi non sono stati mai concessi. E forse nessuno, nemmeno l’Honda, ha nemmeno mai provato a comprarli.

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