Ritardo tecnico, cappellate di Vettel e azzardi del muretto: la disfatta della Ferrari in tre punti chiave

lunedì 8 ottobre 2018 · Gran Premi

Inferiorità tecnica, la foga delle mosse estreme di Vettel e le strategie balorde del muretto, in compenso c’è un reparto marketing che lavora benissimo e confeziona ad arte la presentazione di un logo manco fosse il lancio di un’evoluzione del motore. Suzuka dà la sintesi perfetta dell’implosione della Ferrari, per il secondo anno di fila è il Giappone che fa crollare il castello di carte.

Le cause allora. Prima di tutto l’involuzione tecnica, l’incapacità di tenere il ritmo di sviluppo stellare della Mercedes.

Non ha funzionato sulla SF71H nelle prove libere il nuovo fondo perché il bordo d’attacco raccoglieva tutti i riccioli di gomma dall’asfalto, ma non hanno funzionato nemmeno le varie rifiniture. Tant’è che la squadra tra venerdì e sabato è tornata alla vecchia aerodinamica, un pacchetto ibrido di soluzioni per Sochi e Singapore.

Vettel alla fine segna il gol della bandiera, il giro veloce all’ultimo passaggio, il frutto distorto di una mappatura estrema che la Ferrari si gioca per portare in cascina un elemento a sostegno della teoria che la macchina avesse potenziale. Ma il ritmo della vera Mercedes è un altro, lo ammette pure Vettel nelle interviste a caldo in italiano:

In gara siamo più vicini perché queste gare sono lente, la Mercedes non spinge mai.

Non spinge perché non serve, tanto Vettel al giro 8 forza su Verstappen un attacco che non va a segno, piomba in fondo al gruppo, allunga la lista delle cappellate: con Bottas alla partenza a Le Castellet, con Hamilton a Monza, sotto la pioggia in Germania, per guardare solo la storia del 2018. La sua difesa:

I don’t regret the move. Inside the car, the gap was there, his battery was clipping, I was boosting, I saved my battery, I had more speed, I would make the corner, I was side-by-side and he didn’t give enough room and we touched.

Si chiama pressione e viene anche dalle condizioni a contorno. Perché a Suzuka il weekend della Ferrari si mette male in qualifica, nell’ultimo segmento il muretto si fida del computer e decide per le intermedie quando la pista è ancora asciutta. È un lancio del dado, un azzardo pieno che brucia la chance di girare alla pari con gli avversari. Non cerca scuse Arrivabene:

I do not think that pole position was within our reach, but what happened is unacceptable. I am very angry. It is not the first time that these mistakes have occurred. I do not feel like pointing my fingers at someone in particular, but I’m very disappointed. Sometimes it is more useful to take your eyes off computers and watch the track, using common sense.

Raikkonen sabato su asfalto misto salva il quarto posto, Vettel stecca due frenate – Degner e Spoon – e chiude nono, poi ottavo grazie alla retrocessione di Ocon. Ma è fallimentare pure la strategia che il muretto pensa per Raikkonen in gara, di fatto dà via libera a Ricciardo al cambio gomme.

Manca tanto alla Ferrari, “una mano esperta, noi siamo una squadra giovane”, si faceva scappare Arrivabene sabato sera. Più che altro, manca quel tuono autoritario e roboante di un presidente di polso per una scossa a 360 gradi. Come avrebbe fatto Montezemolo. O Marchionne. Elkann, non pervenuto.

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