Re Luigi VI: un colpo ai numeri, un colpo a chi non ci credeva, da Stewart a Brawn

giovedì 7 novembre 2019 · Amarcord

Un gradino sopra Fangio, un gradino sotto Schumacher, “sulla rotta – parole di Nico Rosberg dopo il Texas – per diventare il più grande di tutti i tempi”. Hamilton col sesto titolo mondiale assesta un’altra scossa ai numeri granitici che la storia della Formula 1 aveva consolidato e dava per inarrivabili.

Eppure l’aspetto interessante più che sportivo è umano. Antropologico, anzi. È una riflessione che parte da lontano, il 28 settembre del 2012 quando Hamilton spacca il mercato, lascia McLaren per Mercedes. Non del tutto logica come scelta: su base puramente tecnica, è un salto nel buio, perlomeno all’epoca.

Tra quelli che alle prospettive di Hamilton non ci credono, in prima linea per chiare questioni aziendali c’è Martin Whitmarsh:

Per me che ho fiducia nella squadra, la scelta di Lewis è un errore. A qualunque pilota che vuole vincere in questo sport, io direi: vieni alla McLaren. E mai gli consiglierei di andarsene.

Si sbaglia. Ma è scettico pure Jackie Stewart. Lui la butta sull’etica:

La McLaren ha le risorse, i soldi, l’impegno a lungo termine e una grossa esperienza. Io sarei rimasto con loro. Lewis non sarebbe dov’è oggi, se non fosse per la McLaren. E c’è un senso di lealtà che bisognerebbe sempre dimostrare.

Si trovano reperti interessanti a scavare nel passato. Compresa una profezia anonima a cui dà voce il Daily Mail e rappresenta un’impressione che in quei giorni si sta radicando nel paddock:

Se Hamilton vuole sapere cosa succede quando si lascia un top team per inseguire i soldi, deve solo andare su Google e cercare di Jacques Villeneuve.

In effetti Hamilton tra Woking e Brackley sceglie i soldi, ma pure l’autonomia perché si smarca dalla squadra che l’ha cresciuto. È un punto chiave che indirizza la trattativa: qui subentra il carisma. Oggi conclamato, allora embrionale se non incerto, per via di quella propensione pericolosa e mai sopita al festino e al relax.

Al punto che un dubbio serio – ed è rivelazione di oggi – se lo fa venire pure Ross Brawn. Nel 2012 c’è anche lui alla plancia di comando quando la Mercedes decide per Hamilton, soprattutto dietro pressione di Lauda. Mentre Brawn cerca qualcuno sul modello di Schumacher:

When I started working with Lewis, I was slightly nervous about his approach to being a professional racing driver. For me, the benchmark was Michael Schumacher, a man totally dedicated to chasing success and at the same time very keen to guard his privacy and that of his family.

Invece Hamilton fondamentalmente ridefinisce l’equazione del pilota perfetto, lucido quanto Schumacher, Lauda o Prost malgrado la condotta da globetrotter impenitente fra impegni con gli sponsor e passioni personali, sprezzante del jet lag e travolto dal jet set: “Vai fuori e prenditi quello che vuoi dalla vita. Non aspettare. Potresti aspettare per sempre”. Lo scrive lui, ovviamente via Instagram. È il 2015. Quello che voleva, effettivamente, se l’è preso.

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