Ferrari, un problema che si chiama disciplina

lunedì 18 novembre 2019 · Gran Premi

Le ricorrenze portano male, finì a schifio in Germania per Mercedes il Gran Premio dei 125 anni nelle corse, finisce senza punti e senza onore per la Ferrari il Gran Premio del Brasile che segna i 90 anni dalla fondazione e la centesima partecipazione in rosso di Vettel.

È un episodio pruriginoso, la collisione sul dritto a sei giri dal traguardo: Vettel dice che l’altro non gli ha lasciato spazio, Leclerc risponde che lui lo spazio l’ha lasciato. Per i commissari, colpe condivise. Che poi è pure il punto di vista di Binotto:

They were free to fight, but they know that silly mistakes are something we should avoid for the team itself. I think the drivers need to feel sorry for the team.

Costa il podio e forse il terzo posto nel mondiale, perché a questo punto Verstappen mette un’ipoteca seria per spuntarla nella guerra dei poveri dietro al duo delle frecce d’argento.

Ma le proporzioni della catastrofe per Maranello si leggono pure dalle statistiche: per trovare l’ultimo doppio zero della Ferrari bisogna andare indietro a Singapore 2017, quando Vettel alla partenza su pista bagnata con una mossa estrema innesca un pasticcio che condanna pure Raikkonen.

Finisce qua il parallelo con quell’episodio, perché nella frittata di Interlagos non c’è nemmeno l’attenuante generica della concitazione della partenza oppure della pioggia. Una e una sola, la chiave di lettura: un contrasto intestino che è sfuggito di mano, il vecchio lupo che viene trafitto nell’orgoglio da un sorpasso spavaldo e vuole ribadire chi comanda, il giovane rampante che sente l’odore del sangue e raccoglie consensi.

Qui il discorso travalica lo spettacolo della pista e si fa aziendale. La scia negata a Monza, il patto violato a Sochi, più una serie di altri episodi meno evidenti e meno chiacchierati: la Ferrari ha un problema che si chiama disciplina, e non è chiaro se non venga imposta oppure non venga osservata.

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