L’eterno miraggio della telecronaca equilibrata e completa

venerdì 6 dicembre 2019 · Mass media

C’era una volta la Formula 1 sulla Rai, dal 1997 il tono posato e rassicurante di Gianfranco Mazzoni nel solco delle telecronache di Mario Poltronieri, le domandine imbarazzanti di Stella Bruno a corredo, lo studio di Saxa Rubra con la scosciata di turno.

Succede che un po’ alla volta lo sportivo medio si evolve, quell’impostazione si fa inadeguata, eppure la Rai che vive di persistente immobilismo e finto rinnovamento la preserva nei secoli dei secoli.

Nel frattempo l’Italia sperimenta la pay-tv satellitare che all’epoca fa rima con Telepiù: offerta più ricca, contenuti più curati, la voce di Paolo Leopizzi. E così chi vuole spendersi un extra al mese ha un’alternativa. Che non dura, purtroppo, perché Ecclestone nel 2003 decide che la regia digitale non rende abbastanza e va chiusa. Risultato: Rai o Rai.

Passano sei anni, la disfida tra televisione di stato e pay-tv si ripropone, ma anziché Telepiù c’è Sky. Con Carlo Vanzini che subentra a Leopizzi. E la differenza continua a sentirsi come si sentiva prima: sulla forma, vince Sky, ancora. Anche perché la Rai una rinfrescata di stile e team nemmeno la considera, conta sull’audience fissa di chi le corse le paga nel canone e non vuole pagarle due volte.

Finché un giorno arriva la prima svolta e gli equilibri cominciano a cambiare, nel 2013 il gioco passa a condurlo Sky che compra l’esclusiva da Ecclestone. La Rai spunta metà delle dirette, le altre gare deve mandarle in differita come fa l’Inghilterra dall’anno prima.

A quel punto la chance per la rivalsa improrogabile di Viale Mazzini si chiama cambiamento. E non arriva, anzi il divario si amplifica: dinamismo appassionato e toni colorati da Sky, stili atavici e ritmi lenti dall’altra parte. Vanzini che si eccita, sbraita, colora la corsa, sembra sempre stia raccontando la gara dell’anno. Mazzoni che ripete i distacchi, prolunga i silenzi, propina statistiche, alberi genealogici: un Gran Premio alla Rai sembra un torneo di boccette, peraltro condito dalle favole paranoiche sulla Ferrari.

La seconda svolta è quella che stravolge il quadro del mercato in via definitiva e irrecuperabile: la Rai dal 2018 non compra nemmeno le differite, dà solo Monza e si conferma elementare nei contenuti e pigra nei ritmi. Sky a mani basse conquista il monopolio e implicitamente si arroga il diritto a esasperare quella linea editoriale che l’ha differenziata dalla Rai.

Fino a punte di sensazionalismo fazioso, tifo cieco e mistificazioni deliranti – la più clamorosa, la storia della monetina per differenziare gli assetti di Vettel e Raikkonen – per finire nella superbia per ripicca alla critica. È storia recente, parole di Vanzini nel weekend del Messico: “Cambiate canale se non vi sta bene”. Magari si potesse.

Da fonte ignota, d’estate s’è fatta largo la voce del ritorno della Formula 1 alla Rai, mera supposizione che si fonda sull’ipotesi che Sky non rinnovi. Il che sulla rete ha generato un’euforia smodata la cui ragione, contrariamente a quanto sarebbe logico aspettarsi, non viene dalla possibilità di riavere le gare live in chiaro, quanto dalla prospettiva di sbarazzarsi della troupe di Vanzini e restituire la parola alla famiglia Mazzoni. Come se di quelle cronache si sentisse la mancanza.

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