La spedizione della mille

martedì 11 febbraio 2020 · Paddock

Manca Amadeus, ma c’è il maestro De Amicis. E non è uno scherzo. Sembra il prosieguo di Sanremo, balletti, musica, spettacolo, paillettes, ospiti su ospiti. Invece è la presentazione ufficiale della nuova Ferrari, il primo vernissage fuori casa, “lontano da Maranello e dal Mugello, i luoghi della tradizione”, ci tiene a dirlo Elkann.

Per la sua Formula 1 numero 66, si sposta a Reggia Emilia la scuderia del cavallino, mette in piedi un maxi spettacolo che è un omaggio al tricolore, nei luoghi che la bandiera nazionale l’hanno battezzata due secoli fa.

È il primo di una serie di simboli che la Ferrari imprime nel destino dell’ultima nata. Anche il nome, soprattutto quello: SF1000 che sta per la quota di Gran Premi che la squadra tocca nel 2020, a rimarcare fedeltà imperitura allo sport. Sempre Elkann, ma pure Binotto: “Siamo qui dall’inizio”.

Non esattamente, perché agli albori della Formula 1, un pomeriggio di maggio a Silverstone nel 1950, proprio la Ferrari non c’era, la dirigenza giudicava irrisori premi e compensi. È storia.

Nella storia e nel tricolore si culla questa Ferrari alla vigilia dell’ennesima spedizione verso il riscatto e verso un titolo mondiale che clamorosamente manca dal 2008: “L’obiettivo finale è la vittoria”. Ma dai?

Camilleri la butta sulle frasi di rito, infiocchetta ovvietà che perfino Pino Allievi giudica inutili, dentro il salottino di RaiSport dove si torna a respirare quel po’ d’aria di Formula 1 dopo l’incetta di SkySport. E dove prepotentemente con Marco Franzelli si riaffaccia la chiacchiera da bar: “È entrato sul palco prima Leclerc e poi Vettel”.

Sul piano tecnico, niente può dirsi e niente viene detto. Se non che il motore è rivisto, le sospensioni pure, l’aerodinamica chiaramente. E che la vernice come già l’anno scorso è opaca perché è più leggera. Come se non si sapesse che il nuovo rosso matto l’ha voluto Philip Morris.

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