Il test di Lauda, il diamante perduto e i podi d’Irvine: gioie (zero) e dolori (tanti) della Ferrari britannica

martedì 10 marzo 2020 · Amarcord

Scocca verde, nel rispetto del vecchio schema convenzionale dei colori nazionali per le auto da competizione nel primo Novecento, quando per l’Inghilterra s’era scelta la tinta tipica delle locomotive e dei macchinari industriali, verde che un secolo dopo fa comodo soprattutto alla birra Beck’s che del team è sponsor.

Comincia con testacoda e incidente rovinoso d’Irvine a Melbourne, il 12 marzo di vent’anni fa, la parentesi della Jaguar in Formula 1, la missione velleitaria di Ford per il rilancio sportivo del marchio del giaguaro.

Non è mai un percorso pulito, ma certe squadre le pagine di storia le scrivono più che altro attraverso gli episodi di contorno. Non sempre brillanti.

Per esempio: anno 2002, autodromo di Valencia, due testacoda nei primi tre giri e 15 secondi di ritardo dal record del circuito è l’esito disonorevole del test di Lauda, che all’epoca è team manager e non si sottrae alla trovata mediatica per rastrellare sponsor. Aveva detto: “Con antispin, controllo di trazione e freno motore, le macchine di oggi le potrebbe guidare pure una scimmia”.

Anno 2004, Klien al Loews di Monte Carlo distrugge il musetto dove Steinmetz ha fatto incastonare un diamante da 300 mila dollari che va perso nei rottami e nemmeno è assicurato perché nessuno ha voluto proporre una polizza.

Va male alla Jaguar anche col mercato: il vertice nel 2001 annuncia pomposamente Adrian Newey, che alla fine non si sposta perché Ron Dennis ritocca al rialzo l’ingaggio e lo convince a restare in McLaren.

Eppure, sono gli anni in cui Ross Brawn, dalla Ferrari, nella Jaguar intravede una minaccia mica da niente: “La Jaguar potrebbe diventare la Ferrari britannica, hanno la storia, costruiscono motore e monoposto”.

Ovviamente si sbaglia: dopo 85 partecipazioni, nessuna vittoria e solamente due podi, uno a Monte Carlo e uno a Monza, entrambi di Irvine, il ruggito del giaguaro si smorza alla fine del 2004, Ford chiude lo stabilimento di Coventry e cassa il reparto che copre la Formula 1. Torna in vendita la scuderia che fu di Stewart, a Milton Keynes arrivano i miliardi di Mateschitz e Red Bull. E quella è tutta un’altra storia.

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