Pirateria digitale, sequestro record e siti oscurati. Ma la guerra della Formula 1 parte dal basso

mercoledì 11 novembre 2020 · Mass media

È durata diversi mesi l’inchiesta della Guardia di Finanza, coordinata dalla procura di Napoli, per smantellare la rete Iptv che trasmette via internet un portafoglio vastissimo di eventi sportivi, evidentemente in violazione del copyright.

Il punto è sempre lo stesso, come per l’evasione fiscale: chi paga le tasse lo fa anche per chi evade, chi compra un abbonamento sta pagando anche lo sport a chi lo vede illegalmente.

Sono quasi dieci anni che pure la Formula 1 si confronta con lo streaming selvaggio, da quando i Gran Premi in chiaro non si trasmettono più in diretta, oppure non si trasmettono affatto in alcuni paesi. Prima nel Regno Unito, poi in Italia, a catena nel resto d’Europa, secondo un progetto di ricollocazione dei contenuti che è partito con Ecclestone e che Liberty non ha modificato. Chiaramente perché porta profitto, prima di tutto alle squadre.

Per cui nel concreto della guerra alla pirateria, due anni fa la Formula 1 ha avviato un’azione legale contro beoutQ per l’area asiatica. All’epoca, attraverso un comunicato ufficiale, ha fissato un punto chiave: la promessa di una lotta senza quartiere a chiunque violi la proprietà intellettuale sotto ogni forma a ogni livello.

Perché in effetti lo sforzo per contrastare il fenomeno può solo partire dal basso, dai siti amatoriali e pseudoamatoriali – sempre gli stessi, poi – che per fare traffico diffondono i link per vedere la Formula 1 in streaming. E sono illegali nella stessa misura dei canali che trasmettono in nero.

Ecclestone, Liberty Media,