Miami, bene ma non benissimo: ecco cosa non ha funzionato nella corsa dell’anno

domenica 8 maggio 2022 · Gran Premi

L’impatto commerciale è un dato di fatto: la Formula 1 che torna in prima pagina in America, 400 milioni di dollari di indotto potenziale per la contea, 300 mila turisti in ingresso solo per la gara, suite in hotel da 100 mila euro a notte, biglietti fino a 10 mila dollari per guardare la gara da uno yacht nella baia con l’acqua finta. E una sfilata interminabile di vip, da Michelle Obama a Paris Hilton.

Per tutto il resto, bene ma non benissimo. Nel senso che il Gran Premio di Miami è prima di tutto una gara di Formula 1 “e non può scendere sotto certi standard. Perciò – diceva Alonso – devono cambiare tante cose per l’anno prossimo”.

A cominciare dal disegno del circuito nella zona guidata, in particolare nella curva 13 che immette nel punto più lento, verso la chicane che secondo Hamilton sembra l’accesso al parcheggio di un supermercato.

L’ha battezzata Sainz con uno schianto venerdì pomeriggio, un colpo a 47 G. Quindi è toccato a Ocon sabato mattina, 51 G stavolta, telaio spaccato e niente qualifiche. Sainz proponeva che in uscita venissero messe le barriere TecPro, quei materassi di polistirene espanso che sono la norma sulle piste urbane. Soluzione che la Fia e l’organizzazione non hanno voluto perseguire, lasciando a vista il muretto di cemento… e lo sponsor che c’era stampato: Red Bull, per la cronaca.

Ed è sembrata una leggerezza inaudita, nel weekend in cui s’è ribadito il pugno duro su un punto rilevante ma comunque meno critico, il controllo degli indumenti e degli accessori che i piloti indossano quando guidano: “Ci sono cose più serie di cui dovrebbero parlare”, puntualizzava Hamilton.

Per esempio, la condizione scandalosa dell’asfalto: friabile, senza grip, nonostante le promesse degli organizzatori. “Una barzelletta”, ha dichiarato Perez. La Fia ogni notte ci metteva una pezza, letteralmente: la curva 17 è diventata un patchwork penoso di rattoppi di resine e cemento.

Il resto l’ha fatto il caldo, che oltre a sciogliere l’asfalto ha trasformato il Gran Premio in una sfida di resistenza. Sempre Hamilton: “Sembra di stare in Malesia, oppure a Singapore”, dove l’umidità è massacrante.

Tante le analogie con Dallas nel 1984. Pure là, showbiz a gogo, sicurezza discutibile, asfalto che si sgretola e caldo umido. All’epoca le squadre ottennero di anticipare il via alle 11 per evitare il solleone, era un’altra Formula 1, più flessibile sui palinsesti delle televisioni. Fu una sauna comunque: Mansell andò ko mentre spingeva l’auto sul traguardo, vinse Rosberg che s’era fatto mettere a punto un casco refrigerato. Ma bastò quell’edizione per decidere di chiudere.

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