Oltre la soglia del dolore: i piloti di Formula 1 che hanno retto agli acciacchi dell’infortunio

mercoledì 20 settembre 2017 · Amarcord

Entra nella storia degli infortuni più assurdi del calcio: Marco Asensio del Real Madrid salta il debutto in Champions per un pelo incarnito, un incidente da ceretta che gli impedisce di correre. Poi c’è Valentino Rossi che torna in sella alla moto a tre settimane dalla frattura di tibia e perone, ultimo esempio del campione che vince limiti e dolore. Come Lauda, Piquet e gli altri in Formula 1. Perché come insegna Perez: “Anche se stai male cerchi di tornare. Per non lasciare la macchina a nessuno”.

Niki Lauda, 1976. Si ribalta col trattore nella sua tenuta in Austria e si frattura due costole. Ferrari non ci crede, corre voce che l’infortunio se lo sia procurato in moto. Il tempo per guarire e correre in Spagna il 2 maggio non c’è. Niki però stringe i denti, si imbottisce di antidolorifici, gareggia lo stesso, vende cara la pelle e arriva secondo, mostra quella tenacia con cui reagisce anche all’incidente del Nurburgring due mesi dopo.

Piquet, 1981. A Las Vegas soffre di pancia e di schiena, ma salva il quinto posto che gli dà il titolo a scapito di Reutemann nel weekend in cui la Williams non fa gioco di squadra e dà una precedenza inutile a Jones.

Arnoux, 1982. A Monza è in dubbio fino all’ultimo per un trauma alla schiena che ha rimediato nella gara di motonautica sul lago di Como. Alla fine corre lo stesso. E fa bene perché quel Gran Premio lo vince.

Berger, 1986. Batte Prost e influenza a Città del Messico nel 1986: “Il giorno più bello della mia vita, come quando nacque mia figlia”. È il suo primo successo in Formula 1. Il contributo delle gomme è lampante: le Pirelli s’usurano meno delle Goodyear, la squadra tenendo conto della ripartizione delle curve monta le mescole dure a sinistra e le morbide a destra, non deve cambiarle e non fa soste.

Herbert, 1989. Nel Gran Premio d’esordio a Jacarepagua nel paddock si muove ancora con le stampelle per l’incidente dell’anno prima in Formula 3000 a Brands Hatch. Soffre le piste più dure. Al dolore resiste, a Briatore no: resta a piedi dopo il Gran Premio del Canada.

Webber, 2010. In mountain bike si rompe la spalla destra prima di Suzuka, soffre di brutto, ma lotta per il mondiale e non molla. Riesce a nascondersi con la complicità del suo preparatore atletico, la Red Bull scopre l’infortunio a fine anno, nell’autobiografia. Horner giustamente osserva: “Lui e le biciclette non vanno molto d’accordo”. Esattamente: due anni prima a Port Arthur in Tasmania, nel trofeo di beneficenza che porta il suo nome, Webber già s’è fratturato l’altra spalla e la gamba destra.

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