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Incidenti e boiate: i 12 giri che hanno cambiato la storia del Gran Premio di Azerbaigian

domenica 29 aprile 2018 · Gran Premi
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Tre quarti di gara piatta e poi la regia invisibile delle corse shakera tutto in 12 giri. Gli ultimi. La scintilla del caos a Baku è l’incidente tra le Red Bull, l’esito di una faida carica di astio che il muretto non ha mai sedato. Come fu Istanbul nel 2010 quando sulle lattine c’erano Vettel e Webber. Problemi loro.

I problemi degli altri piuttosto vengono dalle conseguenze. La direzione corsa chiama la safety car, Bottas che conduce davanti a Vettel deve fare ancora il pit stop, entra ai box e mette le ultra soft. Che già facevano parte del piano, infatti la seconda Mercedes in quel momento ha sulle spalle uno stint infinito di 39 giri perché vuole accorciare l’ultimo.

Il vantaggio è che entrando in pit lane mentre fuori c’è la safety car si perde meno tempo del previsto. È già successo: la dea bendata in effetti restituisce alla Mercedes quello che le ha tolto in Australia a favore di Vettel, suppergiù con le stesse modalità.

Il muretto della Ferrari ragiona in un istante, calcola che Vettel rischia la posizione e nel caso non può recuperarla perché sulla carta Bottas ha gomme più fresche e più morbide. Per cui non c’è chance: Vettel se vuole provarci deve entrare, pure lui. E passare alle ultrasoft. È un effetto domino, a catena cambiano anche Hamilton e Raikkonen. Ultrasoft per tutti.

La classifica dà Bottas davanti, poi Vettel, Hamilton, Raikkonen, Perez e Grosjean. Tempo tre giri e mentre la safety car ancora detta il passo arriva l’altro colpo di scena, Grosjean sbatte mentre scalda le gomme, via radio il muretto accusa Ericsson: “Credo ci abbia colpito”. Invece il raccomandato dell’Alfa Sauber una volta tanto è pulito. Piuttosto, è Grosjean che fa tutto da solo, corre da dieci anni e ancora caccia quelle boiate che uno s’aspetta da un pivello di primo pelo. Tra parentesi, lui è sempre quello che nel 2016 s’è schiantato nel giro di ricognizione mentre andava in griglia sul bagnato a Interlagos. Solo lui su 20 piloti.

Insomma il periodo di bandiere gialle si prolunga, i commissari con un mezzo di soccorso spostano l’Haas come se non ci fosse un domani. Hamilton ne approfitta per mandare indirettamente a Charlie Whiting un’osservazione giustissima via radio, memore del dramma che nel 2014 ha ucciso Jules Bianchi:

Tell Charlie that he should have stopped the race. The back corner of that trailer could easily be smashed into.

Esce dal campo la safety car, mancano quattro giri alla bandiera a scacchi. È una gara sprint. Al riavvio Vettel prende la scia a Bottas, vuole tutto subito, la foga delle mosse estreme lo frega come l’ha fregato in altre circostanze: Seb tira una staccatona, spiattella le gomme, si fotte il podio. La squadra gli chiede: “Stai in pista se puoi. E se pensi sia sicuro”.

È sicuro, ma ne approfitta pure Perez. Intanto il destino gioca l’ultima carta, mette un detrito tra Bottas e la vittoria. La posteriore destra finisce a brandelli, Hamilton passa in testa, vince dove non ha mai vinto prima, senza sapere né come né perché. Davanti a Raikkonen che al via per incidente è precipitato in fondo. Quando si dice l’imprevedibilità delle corse.

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